
Trama
Jonathan Marchant è un esploratore a caccia di nuove
avventure. Affascinato dal mito del Mokele Mbembe (una creatura mitica
africana, simile al mostro di Loch Ness) partirà con la sua troupe per cercare
di documentare la sua esistenza in seguito ad alcuni avvistamenti sospetti.
Recensione
Una trama che abbandona la strada maestra, una regia che
sbaglia strada.
Il film è il tentativo di riprendere il soggetto dinosauri
senza però giustificare la loro esistenza. Non è un Jurassic Park, i dinosauri
vengono scoperti durante il film e presentati allo spettatore come dovrebbe
essere: "ci sono sempre stati e ci sono ancora". La trama procede
coerentemente fino alla fine per quanto riguarda l'ambito dinosauri. Le numerose
note dolenti riguardano le caratteristiche dei personaggi e come giungono alla
fine della storia. Se un film, come dichiarato dal regista, "è destinato
ad un pubblico di ragazzi e famiglie" non può essere un susseguirsi di
morti cruente e schizzi di sangue. Jurassic Park sarà stato anche banale per
gli scontatissimi amori che si istaurano, per i predatori diventati prede che
tornano predatori e per l'happy ending, ma almeno era giustificato dalla
volontà di mettere al centro della storia effetti speciali ed ambientazione
spettacolari, e destinare il film ad un pubblico di ragazzi e famiglie. In The
Lost Dinosaurs il centro della storia è la disavventura di un gruppo di
reporter sfortunati e malintenzionati. I dinosauri sono solo uno contorno
pericoloso e spettacolare, ma se al posto loro ci fossero stati dei giaguari
non sarebbe cambiato nulla. Provate ad immaginare Jurassic Park con degli
elefanti e dei leoni al posto dei dinosauri... Una noia mortale!
Quindi la domanda è: a chi è destinato questo film?
Per quanto riguarda la resa il film utilizza la nuova tecnica
del found footage o recovered footage (sempre
quello di Paranormal Activity, The Bay, etc.), che ormai sembra aver preso il
sopravvento su tutti i registi: ognuno tenta di dare la propria versione quasi
criticando sottilmente le altre. Il regista Sid Bennet deve essersi reso conto
che il problema del found footage è
la coerenza dato che l'audio non può essere al meglio e le inquadrature non
possono essere troppo precise - specie quando si sta precipitando da un
elicottero o scappando da un dinosauro -. Il risultato? 40 minuti di excusatio
non petita, della serie "criticatemi tutto tranne la regia". I
personaggi fino a metà film giustificano le inquadrature inquadrando le
telecamere che stanno utilizzando a vicenda, parlano di sound, di hard disk che
comunicando wireless, di quante telecamere si sono portati, di telefonini
satellitari, di zoom, telecamere ad infrarossi con sensore di movimento...
Tutto questo risulta pesantissimo ed è esattamente quello che lo spettatore non
vuole vedere, tutto ciò che è dietro alla telecamera non interessa se non per
brevi istanti. La cosiddetta quarta parete che c'è tra spettatori ed attori può
essere infranta per qualche minuto, non per un film intero.
Il found footage, che ormai può essere definito un genere
cinematografico a se stante, dato che le inquadrature e la loro coerenza se non
sono ben mescolate con la sceneggiatura viene fuori un documentario e non un
film, è un deterrente per mascherare il low budget, ed è risaputo,
ciononostante gli effetti speciali del film a cura della Jellyfish Picture sono
notevoli e premiati (premio BAFTA per i migliori effetti speciali).
Un film che rappresenta un altro piccolo passo della
cinematografia in avanti per avvicinarsi alla migliore versione di questo nuovo
prorompente genere, che, si augura, riesca a dare una versione decente, dato
che è effettivamente accattivante. Per ora non ci siamo proprio.
Voto 4
Voto 4