Trama
Un uomo rimane coinvolto in una rissa che lo porta al coma, la
moglie accudendolo instaura con lui un rapporto di comunicazione univoco: gli
parla, racconta tutti i suoi segreti e le sue ambizioni come se lui fosse una
pietra paziente che, nella tradizione popolare afghana, è in grado di
ascoltare, di capire e di annientarsi nel momento in cui la compagna non avrà
più segreti per lui.
Recensione di: Come pietra paziente
Implicitamente la trama racconta un’altra storia: il marito
rappresenta le istituzioni, gli usi ed i costumi mussulmani, è un eroe di
guerra, ottusamente timorato di Dio, sempre disposto a sacrificare la propria
vita in nome della vittoria finale. E la moglie chi è? La moglie non è
l’occidente, perché una donna dalla mentalità occidentale non potrebbe mai
accettare una vita di segregazione, ma non è neanche l’Islam, poiché tradisce
il marito, gli mente spudoratamente e prega per la sua morte. Allora forse il
messaggio implicito che il regista Rahimi tenta di trasmettere è che la moglie
è la voglia di libertà, trattenuta da una camicia di forza che si chiama
tradizione, impossibile da scrollarsi di dosso, che costringe le donne
emancipate arabe a vivere una vita nella vergogna, considerate uno scarto della
società “civile”.
Analizzando la resa il primo aspetto che risalta è il mutare dei
colori dall’inizio alla fine del film: nella parte iniziale le tinte sono di un
pallido verde/azzurro, colori che indicano speranza, in questo caso la speranza
della moglie che vuole indietro suo marito, la speranza riposta nella fine
delle ostilità o nel cambiamento della situazione femminile nella cultura
araba. Nella seconda parte invece, da quando la donna inizia a prendere
“possesso” del suo corpo, a decidere della sua vita, si passa ad un rosso
acceso, colore che notoriamente indica determinazione, sicurezza, autostima. Il
dialogo con il marito è un lungo monologo nel quale la donna tradisce le
intenzioni del regista: se il marito è la pietra paziente, perché la moglie gli
racconta avvenimenti che egli già conosce? Da ciò si deduce che il dialogo con
il marito, che infatti a tratti risulta forzato, è solo un espediente: la
protagonista sta palesemente parlando al pubblico per introdurlo nella
narrazione e per guidarlo attraverso di essa. La regia non brilla, indugiando
sovente sul volto dell’uomo in coma invece di far provare compassione fa
provare disgusto, le scene di sesso fulcro del film sono solo accennate, quasi
il regista si vergognasse. Le riprese in movimento sono spesso ripetitive come
lo sono quelle paesaggistiche che si limitano a pochissimi secondi di
inquadratura di tetti e baracche. Il film è intervallato da una manciata di
flashback che sarebbero potuti essere interessanti, ma sono talmente tanto
caricati di pathos che risultano grotteschi.
Sebbene il film conceda alcuni spunti di riflessione, la
sensazione che si prova è di arrampicarsi su uno specchio: analizzandolo si
cerca di salvare il salvabile poiché la storia racconta una situazione di
emarginazione, povertà e guerra notoriamente fonte di sdegno per un occhio occidentale,
ma ciò che non emerge è la bravura del regista/sceneggiatore né la bravura
degli attori o la resa della drammaticità della situazione. Per questi motivi
il giudizio non può essere sufficiente.
Voto: 5
Durata: 102
Genere: Drammatico
Di: Atiq Rahimi
Con: Golshifteh
Farahani, Hamid Djavadan, Massi Mrowat, Hassina Burgan, Mohamed Al Maghraoui